1962, con (forse) Anceschi, foto di Giuseppe Bellone
con (forse) Anceschi. Foto di Giuseppe Bellone, 1962.
Courtesy Archivio Dadamaino.

Dada, Fontana e Boetti.
L'atteggiamento a-stilistico e il disinteresse nei confronti del mercato

Dall'analisi del lavoro di Dadamaino emerge uno spiccato disinteresse nei confronti del mercato supportato da una forte carica a-stilistica che l'avvicinava a Lucio Fontana. Sarebbe un errore credere che si tratti di una specie di “voluto snobismo” costruito ad arte per ottenere l'effetto contrario. Non ci troviamo di fronte all'ennesima manovra, studiata a tavolino, per innescare l'attenzione. Dada e Boetti condividevano un certo fastidio nei confronti delle imposizioni commerciali e il pensiero di Dadamaino si concentrava pienamente nella dimensione del fare, artistico, esistenziale o politico che fosse, come illustrano le parole di Flaminio Gualdoni.

F.G. Lei preferiva nettamente appendere le opere, ma non ha mai avuto atteggiamenti particolari nei confronti del “maledetto rettangolo” che noi chiamiamo quadro. Tutto dipende dall'uso che se ne fa, il che ci riporta al famoso «non dire diversamente, ma dire nuove cose» di Manzoni. Ciò non vuol dire che la parola nuova sia necessariamente più intelligente (delle parole vecchie usate bene ti fanno diventare Gadda, per dire). Il suo atteggiamento intellettuale coincideva con una continua ed estrema quête di eversività, che faceva di lei una persona molto impietosa verso se stessa. Era invece flessibile nei confronti del linguaggio e del modo: direi che era molto “fontaniana” in ciò, nel senso che aveva mutuato da Fontana la capacità di usare, avendo ben chiaro cosa voleva fare, tutto quello che la interessava. Come lui non si è mai negata delle pratiche tecniche, né le ha attuate solo per raccontarsi d'averlo fatto. Credo incarnasse davvero l'atteggiamento a-stilistico (e non anti-stilistico) che caratterizzava, a mio avviso, l'avanguardia più sana ed intelligente. Il suo non porsi la questione della normale praticità del supporto – come si può immaginare foglietti e rotoli non erano certo facilmente amministrabili commercialmente – sottolinea la completa disattenzione nei confronti del mercato. Dada non lavorava per vendere, ma per obbedire ad una specie di imperativo interno: anche per questo ha mantenuto, quando sono cominciati i riconoscimenti negli anni '90, un atteggiamento di fastidio nei confronti delle imposizioni commerciali. Una caratteristica che l'avvicinava a Boetti era anche che, quando le ponevano il problema di “razionalizzare” il numero di opere in circolazione, rispondeva che non si trattava di un vero argomento di discussione. Non bisogna pensare che si trattasse di un rifiuto alla Fluxus o alla Maciunas. Semplicemente Dada come Alighiero aveva una grande souplesse nei confronti del destino mercantile del suo lavoro e aveva il coraggio di sottrarsi a quella “paranoia del produrre poco”, che all'epoca attanagliava quasi tutto il côté concettualistico. Dada sapeva “svilire”, mettere a rischio la sua opera sul piano, per lei assolutamente secondario, del ritorno commerciale. Le strategie per vendere di più erano argomenti che non la interessavano minimamente. Perché lei lavorava per un'altra ragione, per un'altra ragione faceva l'artista. E' chiaro se qualcuno le proponeva una bella mostra era contenta, salvo poi impuntarsi perché tutto doveva avere un senso preciso. Non c'era in Dada alcuna disponibilità a mediare sul piano della mondanizzazione dell'arte, né ricerca del riconoscimento.

Dall'intervista rilasciata da Flaminio Gualdoni.

Milano, 15 dicembre 2011.