Con Stanislasv Konibal, in occasione della bipersonale al PAC di Milano, 1983
Con Stanislav Kolibal, in occasione della bipersonale al PAC. Milano 1983.
Courtesy Archivio Dadamaino.

Tra ricordi e gesti
Dadamaino secondo Elena Pontiggia.

S.R. Quali passi e quali circostanze specifiche l'hanno portata ad incrociare il percorso di Dadamaino, e in che periodo?

E.P. Si tratta di molto tempo fa, correvano gli anni ottanta e ci eravamo conosciute per caso. Dadamaino era molto ospitale, amava ricevere gli amici e così cominciai a partecipare alle sue cene. Considerava mangiare, bere e parlare d'arte una delle migliori occupazioni possibili. Abitava nei pressi di Viale Zara, in un quartiere di postini, fatto di piccole ville unifamiliari molto diverse dai soliti condomini milanesi. Il contesto era molto piacevole e si prestava perfettamente al tipo di incontri nei quali c'era anche il compagno Gianfranco. Non appena si è presentata l'occasione, grazie alla proposta di un funzionario dell'Endas, ho scelto di scrivere di lei. Il risultato è la monografia pubblicata nella Collana Artisti Lombardi per le Edizioni Endas Lombardia. Un testo che a distanza di tanti anni mi sembra segnato da una certa emotività, e da un forte coinvolgimento dovuto alla vicinanza dell'epoca. Ricordo che a lei era piaciuto molto.

S.R. Qualche scorcio del carattere di Dadamaino.

E.P. Era una donna generosa. Mi ha regalato tante opere, ma ne rammento una in particolare, si tratta un ricordo molto toccante che mi coinvolge ancora oggi. Per la nascita di mio figlio, avvenuta nel 1995, mi regalò un rotolo dei fatti della vita. Mi commossi già al solo pensiero del tempo che le era costato e di tutte le ore della sua vita che racchiudeva. Si tratta di un segno davvero importante, come l'amicizia che ci univa, un sentimento che non è diminuito nel tempo.

S.R. Dalla “preistoria” dei primi lavori informali di “ascendenza wolsiana”2al “radicalismo non istintivo”2 dei Volumi. Cosa guida la meditazione di Dada sulla “mera virtualità della materia”2?

E.P. Mi confronto tutti i giorni con i suoi Volumi, e non si tratta di una metafora. Ho la fortuna di possederne uno nero che mi spinge continuamente alla riflessione sulle ragioni che lo sottendono. Mentre Fontana operava un segno, per poi ricucire dal retro la tela, e ottenere così un taglio ed un'apertura controllati, senza dar luogo a squarci di tipo informare, in Dada non c'era solo la volontà di tagliare, ma un asportazione quasi totale della tela. Un raggiungere la presenza attraverso l'assenza, come sottolinea anche la scelta del nome di queste opere. Un concetto che potrebbe sembrare molto orientale se non si ricordassero le profonde origini lombarde della Dada, che ci consentono di collocare le sue intenzioni nell'ambito di quella poetica del silenzio che apparteneva già ad Azimuth. Il tutto secondo un radicalismo non emotivo, che prende forma attraverso una gestualità che non ha nulla di impulsivo. Il procedere dell'artista ha natura mentale e reagisce, con questa protesta non-violenta, alla potenza dell'informale producendo un'arte talmente radicale da mutilare gran parte dell'opera stessa.

S.R. Monteverdi ironizzava dicendo che “anche le donne bucano i quadri”58, ma quanto ha pesato su Dada la diffidenza atavica nei confronti delle donne-artiste?

E.P. Dada apparteneva a una generazione che vedeva una grande diffidenza nei confronti delle donne, soprattutto per quelle che si erano dedicate all'Arte come artiste, studiose e critiche. In Italia in particolare, il clima era particolarmente acceso sull'argomento. All'estero invece c'erano già stati grandi personaggi del calibro di Sonia Delaunay. La diffidenza era evidente ed era giustificata dalla stessa costituzione del ruolo dell'artista, considerato come persona completamente assorbita nel suo lavoro e non come professionista part-time. Ricordo a tal proposito che Grazia Varisco, si soffermava spesso su un'osservazione pragmatica, mentre i “colleghi uomini” passavano molte notti a discutere d'arte, a lei non era concesso, semplicemente perché una cosa del genere era impensabile per una ragazza. Ma si può negare che anche la diffusione di figure ibride, che si avvicinavano al mondo dell'arte in modo salottiero, contribuiva ad aumentare l'ostilità e i pregiudizi. Dada ha vissuto appieno la parabola che ha portato ad una progressiva apertura, spostando sempre di più le donne al centro, tanto che oggi le accademie sono dei veri e propri ginecei.

S.R. Un movimento che nasce dalla “precisione del progetto”2, in un rapporto di diffidenza verso motori e motorini. Viaggio nel cuore della “razionalità pragmatica”2.

E.P. Su questo tipo di argomenti Dadamaino la pensava come Severini che diceva sempre che se il problema dell'arte fosse creare il movimento allora l'inventore dell'orologio a cucù dovrebbe essere considerato un artista sommo. Anche per lei l'opera d'arte doveva “volare con le sue ali”, parafrasando il celebre testo di Manzoni, e nessun meccanismo avrebbe potuto sopperire alla mancanza di quell'indispensabile afflato.

S.R. Dadamaino e il senso del tempo.

E.P. Quando ci siamo incontrate Dadamaino era già concentrata sul senso della storia. Era la fine degli anni '80 e non parlavamo molto delle sue esperienze precedenti, né tanto meno delle sue adesioni ai movimenti. Focalizzata sui piccoli segmenti, faceva dei gesti con le mani per spiegare il senso del suo lavoro. Diceva ecco, guarda, questa è la vita, il movimento incessante delle cose.

Milano-Parigi, 21 febbraio 2012.