Stefano Cortina con il movimento delle cose
Stefano Cortina con "Il movimento delle cose".
Courtesy Cortinaarte.

Dadamaino. Artista fino all'estremo
Intervista a Stefano Cortina.

S. R. Com'è avvenuto l'incontro con Dadamaino?

S. C. Esistono delle foto che testimoniano la presenza di Dadamaino ad una manifestazione nella galleria di mio padre, Renzo Cortina negli anni '70, ma non ci fu un contatto diretto all'epoca. Io non ho mai incontrato Dadamaino dal vivo, ma ho incrociato il suo cammino nel 2006 due anni dopo la sua morte. Come succede spesso nel lavoro e nella vita, alcuni interessi nati per caso si trasformano in vere e proprie passioni. Mi è già capitato con Marcello Dudovich e poi l'evento si è ripetuto con la ricerca di Dadamaino. Credo sia fondamentale avere una mente aperta che permetta di considerare l'arte come un immenso terreno di contaminazioni da esplorare senza preclusioni di genere, a 360° insomma. E' quello che cerco di fare con il periodo che si estende dall'inizio del '900 fino ad oggi. A partire dal Futurismo non mi pongo alcuna preclusione, battendo territori che vanno dal figurativo all'astratto, dal geometrico all'optical art. Questa concezione dilatata si è indirizzata, dopo l'incontro con Dadamaino, verso uno studio approfondito delle esperienze delle avanguardie storiche degli anni '50, concentrandosi in particolare sull'arte cinetica, al fine di approfondire le dinamiche di un'attività creativa che forzava fino a romperli, gli schemi consolidati dell'astrazione classica, ancora operanti nel cubismo e finanche nello spazialismo.

S.R. Quali sono le caratteristiche del lavoro di Dadamaino che l'hanno catturata?

S.C. Ci sono molti aspetti di Dadamaino che mi hanno affascinato. Innanzitutto il suo essere una donna che è riuscita ad imporsi in un mondo prevalentemente maschile. Non che fosse l'unica. C'erano anche Nanda Vigo, Grazia Varisco... Ma Dadamaino è morta come una vittima del suo stesso vivere all'estremo. Non intendo dire che per essere artisti a tutto tondo bisogna per forza finire giovani, anche perché quando se ne è andata Dada aveva la bellezza di 74 anni, ma quello che ritengo straordinario è stato il suo “succhiare il midollo della vita” fino in fondo.

S.R. Qual è stata l'influenza della figura di Lucio Fontana su Dada e sulla sua generazione?

S.C. Lucio Fontana ha dato un impulso fondamentale alla ricerca dell'arte cinetica in Italia. Dadamaino può essere considerata una delle allieve predilette proprio perché ha portato avanti la stagione di grandi sperimentazioni iniziata da Fontana stesso, anche se non tutti sarebbero d'accordo con un'affermazione del genere. Mentre gli artisti più o meno coetanei della Dada cominciavano a farsi strada, Fontana era già un pittore affermato e conosciuto. Lavorava bene e si prodigava in consigli ed aiuti nei confronti di coloro che stavano emergendo. Era generoso, sia in termini di idee che anche talvolta di supporti concreti, verso gli esponenti della nuova generazione di artisti dediti alla ricerca cinetica quindi alle sperimentazioni come Castellani, Dadamaino, Manzoni, ma anche nei confronti dei giovani del realismo esistenziale come Cazzaniga, Romagnoni, e di Crippa con cui aveva firmato il manifesto dello Spazialismo. Era il grande maestro di tutti, una persona alla quale si guardava con grande ammirazione, come mi ha confermato recentemente lo stesso Cazzaniga che ha vissuto intensamente quel periodo.

S.R. Più di quarant'anni di lavoro per un'artista capace di rinnovarsi fino alla fine...

S.C. Basta pensare che le sue ultime opere risalgono al 2000, e che lei è morta poco dopo. Negli ultimissimi anni non era più in grado di lavorare ed è stata costretta ad arrestare la sua ricerca che di fatto non era conclusa. Credo che questo sia una delle ragioni principali del suo spessore. Mentre molti artisti, tra i quali anche Alviani, Castellani e Bonalumi, si sono limitati alla reiterazione dello stesso gesto, seguendo una prassi ormai consolidata che fa parte del tessuto stesso dell'arte moderna e contemporanea, ciò che mi ha sempre affascinato di Dadamaino è stata proprio la sua inesausta volontà di sperimentazione che si estende su ben quarant'anni di carriera, considerando l'arco di tempo che va dal '58 al '98. Se è vero che i Movimenti delle cose, ossessivi come la follia che la stava prendendo, sono durati quasi otto anni, bisogna anche risalire al senso nascosto dietro questa ripetizione martellante. La ricerca era ancora ben presente nei suoi pensieri, e lo è stata fino all'ultimo. C'erano talmente tanti movimenti all'orizzonte, innumerevoli variazioni di significato da registrare e lei non si è fermata mai, è sempre andata avanti, ha sempre cambiato.

S.R. Il declino attuale di un'arte vuota

S.C. Ho approfittato del mio ultimo soggiorno parigino per rivedere alcune opere-faro come l'orinoir di Duchamp, e ciò mi ha dato modo di riflettere sui meccanismi attuali. Oggi buona parte degli artisti creano nulla, qualcosa di completamente vuoto copiando i modelli degli anni '50 e '60. Replicano pedissequamente e grazie ad un buon battage pubblicitario, riescono persino a farsi apprezzare. Una personalità come Dadamaino, completamente aliena a queste logiche, non avrebbe posto in un simile scenario di decadenza.

S.R. La sua produzione artistica è una specie di una parabola lunga quarant'anni tra i Volumi e i Movimenti delle cose, che possono essere considerati la fine della fase attiva del suo lavoro.

S.C. Dada si è fermata perché è morta altrimenti sarebbe sicuramente andata avanti, in linea con il suo carattere. E' una particolarità che la rende completamente inuguale. Sono davvero pochissimi gli artisti che possono vantare una difformità tale, e molti di questi hanno avuto dei cambiamenti improvvisi passando per esempio dall'espressionismo, al suprematismo, alle geometrie assolute. Quello di Dada invece è un percorso lungo e variegato, ma compatibile con un chiaro discorso evolutivo. Perché i Movimenti delle cose sono assolutamente parenti dei Volumi. Dada non ha mai operato salti nel vuoto, né tanto meno cavalcato le mode del momento. Non ha mai seguito la moda anche perché il mercato non l'ha mai considerata, se non in rari casi come la Galleria Invernizzi, l'unica che si è veramente “occupata” di Dada, come ho fatto anch'io negli ultimi anni. Ho un profondo rispetto per i miei “colleghi”, specie quando fanno un lavoro ottimo, contribuendo alla causa della cultura, come hanno fatto i fratelli Cardazzo, Gianferrari, Marconi e anche mio padre. Quarant'anni di lavoro rappresentano un'estensione immane nella vita di un artista. Crippa ha lavorato vent'anni, nonostante la sua prematura scomparsa, Dada ha prodotto durante un periodo lungo il doppio e ha avuto una costanza fatta di tanti periodi, ognuno figlio del precedente. Anche nelle cesure apparenti riprende il discorso, o dove l'aveva lasciato, o dove aveva iniziato il periodo precedente. La sua ricerca possiede un rigore che è assolutamente invidiabile.

S.R. Un'artista di coraggio. Amata e detestata, estrema ma mai indifferente.

S.C. La genialità non sta nel pensare che una donna non possa farlo, ma nel constatare che Dada ha avuto il coraggio di attraversarlo davvero questo lungo percorso. Quante altre grandi artiste ci sono in Italia? La Fioroni, Bice Lazzari e una lunga lista, ma nessuna ha mantenuto la coerenza di Dada su un periodo così lungo. La stessa Carla Accardi, ha seguito un'evoluzione molto più compressa. Dadamaino, o la si adora o la si odia. Ho riscontrato delle ostilità viscerali nei suoi confronti, talmente acute da risultare forzatamente ingiustificate, ma ci sono anche tante persone che la trovavano simpatica e adorabile. Perché in fondo era una matta, ma una matta vera, non una finta alla Vasco Rossi, che poi si va a disintossicare. Ma era una matta che ha pagato con la vita, non che se ne sia andata nel fiore degli anni, però il suo ultimo periodo l'ha vissuto molto male, in un declino fisico figlio di una vita fatta di sprechi, di vizi. E' stata una bellissima donna, in gioventù, checché ne dicano i suoi nemici o le sue nemiche.

S.R. Il Movimento delle cose, è una specie di culmine, un'ultima fase nella quale si leggono i segni premonitori di un evoluzione successiva. Si tratta di una sorta di “testamento spirituale libero da imbracature”1?

S.C. Sostengo che si tratti del suo testamento perché effettivamente sono gli ultimi “scritti” che hanno trovato di lei. Ma sono fermamente convinto che se non fosse morta, se non si fosse interrotta la sua vita di dissipazioni, Dada avrebbe proseguito il suo lavoro. Non riesco ad immaginare che cosa ne sarebbe venuto fuori perché non ci troviamo di fronte ad un percorso razionale e logico, bensì ad un qualcosa che esisteva solo nella sua testa. L'arte non è una matematica, o almeno non lo è nella misura in cui non può finire come un'equazione. E' per questo che nessuno potrà mai riprendere e continuare l'opera di Dada, come avrebbe potuto fare uno scienziato con gli studi di Einstein e arrivare comunque alla conclusione della Teoria della relatività. Nell'arte questo tipo di movimenti rasenta l'impossibile. E' solo ed esclusivamente il cuore ad operare, e se c'è una razionalità in atto, questa si deve necessariamente confrontare con l'anima dell'artista. E come di cuore ce n'è uno solo, l'anima di Dada è una sola e solo lei poteva saperlo cosa ne sarebbe uscito. Sicuramente potevamo arrivare all'assoluto come ci sono arrivati tanti artisti, coloro che sono giunti al monocromo o come lo stesso Fontana che è arrivato a tagliare i suoi ultimi lavori. Quelli per cui è diventato famosissimo, anche se pochissimi sanno che in realtà si chiamano Attese. Tutti li chiamano “i tagli di Fontana”, dimenticando che hanno un nome e una ragione. Attesa perché poteva restare dinanzi alla tela anche per giorni prima di tagliarla, e soprattutto Attesa perché è l'Attesa per eccellenza, quella della fine, del nulla. In quel caso si può realmente parlare del testamento spirituale perché oltre non c'era più niente. Dopo ha continuato a replicare il suo gesto finale, con un po' di provocazione quando ha visto ce la gente impazziva. Il taglio della tela monocroma, che all'inizio veniva operato con un coltello lasciando i bordi sfilacciati, si è fatto più netto, preciso. E' diventato nella ripetizione, una costruzione perfetta, come un'immagine, quasi una scultura ripetuta all'infinito nella coscienza di non poter andar oltre. Anche Dadamaino probabilmente sarebbe potuta arrivare veramente ad una definizione artistica totale, ad una plastica del vuoto assoluto.

S.R. A cosa è dovuta l'attenzione attuale del mercato nei confronti delle opere di Dadamaino?

S.C. Sono casualità, andamenti dovuti alla moda, è questa la cosa che temo più di tutto. In Italia, e solo in Italia, la moda è talmente radicata nel sistema (ma non in tutti gli italiani per fortuna) che ogni cosa è sottoposta alla dittatura della moda. Per cui ci sono esempi di artisti dimenticati dal mercato e poi ripresi solo quando si ha bisogno di nomi da lanciare, per poi riporli poco dopo. Si tratta di una conseguenza della sostituzione della figura del gallerista con quella del mercante. Credo, nel caso specifico, che l'interesse per Dadamaino, come per altri artisti, obbedisca ad una specie di movimento ciclico.

S.R. Un piccolo bilancio del ruolo di Dada a quasi un decennio dalla sua morte

S.C. Non c'è dubbio che i grandi mercanti se ne stiano interessando, solo che si tratta di iniziative prive di continuità. Non si appoggiano su percorsi seri costruiti con i grandi musei, ignorando che sono proprio loro a far la storia di un'artista. E' per questo che ho preferito muovermi in direzione delle esposizioni museali. Si tratta in particolare di due progetti, in Francia e Italia, che dovrebbero vedere la luce a breve. Perché se le mostre nelle gallerie private e le presenze d'asta sono importanti, resta il problema della dicotomia tra galleria e mercante che fa emergere l'annosa questione della distanza tra il lavoro di imposizione dell'artista dal punto di vista culturale e quello economico. Naturalmente bisogna fare i conti con dei tempi di investimento molto più lunghi e diffidare dei ritorni immediati, che vanno a detrimento della qualità globale del lavoro, causando per di più la disaffezione della gente, che comincia ad avere paura di comprare. Chi ha grandi disponibilità dovrebbe avere la lungimiranza di saper aspettare, come hanno fatto Cardazzo, Capogrossi e poi Marconi con tutta la sua generazione, che hanno sostenuto a lungo schiere d'artisti, da Pomodoro a Tadini ad Adami. Il problema è che troppo spesso i grandi potentati non capiscono che il funzionamento del sistema-arte è assicurato solo dall'azione congiunta dei suoi attori principali, che si tratti di musei o di piccole gallerie.

S.R. Come ci si innamora di Dadamaino?

S.C. Ci si innamora perché si comincia ad amare la sua storia di donna che ha mosso i suoi primi passi nel mondo dell'arte in maniera ingenua. La cosa strana è che i Volumi, che fanno parte dei suoi primi lavori, sono ciò che il mercato oggi ricerca in maniera spasmodica e che ha mosso i grandi mercanti, ma ciò non significa che si tratti delle sue opere più valide, come avviene in tutte le partenze. E' solo andando avanti che si raggiunge la piena maturità, e in certi casi anche la discesa, come nel caso degli artisti che continuano a replicare sempre lo stesso gesto. Una caduta che in Dadamaino non c'è mai, perché la qualità della sua ricerca è costantemente in salita fino ad arrivare, da questi prime tele forate dal limitato valore, alle grandi sperimentazioni successive. Molti operano semplicemente perché ormai “hanno la mano”. Per lei non era così, ci credeva, e io non posso che innamorarmi di una persona che ci crede. Non si è mai interessata né del mercato, né della bella vita. E' stata un'artista vera, pura, a tutto tondo. I soldi non li ha mai avuti, ha sempre lavorato ed é sempre andata avanti disinteressandosi di tutto e di tutti. Bisogna ammettere che se fosse ancora viva, non sarebbe facile lavorare con “l'oggetto Dadamaino”. Credo che darebbe fastidio a tanti, visto che certe cose non le avrebbe accettate. Probabilmente non sarebbe stata d'accordo nemmeno con quello che sto dicendo di lei e forse mi avrebbe persino tirato le tele in testa. Perché lei era fatta così. Era geniale, straordinaria. Ha vissuto intensamente. Non ci si può non innamorare della serietà, seppur nella follia, di una donna del genere, che ha sempre voluto essere artista, ma senza fare l'artista o vestirsi come tale. Lei lo era nel profondo, e questo bisogna riconoscerlo. Quello che parla per un'artista è la sua opera, ma per capirla quell'opera bisogna necessariamente passare per la comprensione del percorso umano dal quale nasce. Da dove viene, dove va e come è finito il suo autore. Come Crippa che non sarebbe potuto morire altrimenti che in un incidente aereo, durante un volo acrobatico di dimostrazione sul suo biplano.

Parigi, 25 Novembre 2011