Piero Manzoni, flyer esposizione Gruppo N, Padova,1961
Flyer esposizione Gruppo N, Padova 1961.
Courtesy Archivio Dadamaino.

Dadamaino e la dematerializzazione dell'arte.
Per un «fare al limite del vuoto»51

La sua dematerialità,
il suo fare al limite del vuoto,
il suo far vedere per grazie impostulate,
rispondono piuttosto a un senso di soggettività irripetibile,
di unicità d'esperienza irrelata di fondamento[...]

Il lavorare di minuzia
ragionando d'un infinito possibile,
l'assaporare la lenticolarità temporale dei gesti,
il valore d'ordine continuamente pericolante che vi si dipana,
la concentrazione che si tende sino alle soglie dell'ossessione.
Arte è per Dadamaino, questo fare pensandosi,
avvertendosi,
sapendosi
in bilico tra il gesto minimo e l'infinito.
Al centro dell'esperienza,
e a ridosso del vuoto.52

Il lavoro di Dadamaino ha tutte le caratteristiche dell'operatività più accanita, ma questo tipo di instancabile efficacia produttiva, non coincide con lo scorrimento apatico e sempre uguale delle catene commerciali degne dei migliori flussi di fabbrica. Perché il suo è un fare che si riconosce costantemente fallibile, teso eppure imperfetto, come l'intero novero delle azioni umane, colte con quella necessaria coscienza della fallibilità che è segno di immensa umiltà, ma non di rinuncia. Perché se c'è un elemento che cresce progressivamente, ed incessantemente, nella lunga sequela delle opere dell'artista, questo è proprio la costanza della poiesis, la disciplina ferrea dell'agire che non si arresta neanche dianzi alle dittature dei supporti e evolve in tecniche di laboratorio per far propria la “pietra filosofale della trasparenza”.

Dadamaino distilla quadri, produce opere come se fossero pagine di una personale interpretazione del mondo, e i gettiti di una tale continua “irrigazione”, producono filiazioni inattese, ma mai completamente differenti dalla pianta che le ha partorite. Si tratta di frutti inconsueti, gonfi della dolcezza della stagione che rappresentano e nati per parto naturale. Venuti al mondo per sofferta genesi di senso, hanno i tratti sottili della donna che li ha creati53 e allattati, portandoli all'atto del camminare, per poi dedicarsi all'espansione delle innumerevoli ulteriori derivazioni che attendono dietro le loro solide gambe.

Ma non siamo in presenza di un'entificazione compiacente, Dada non si riproduce per clonazione, non plasma a sua immagine e somiglianza, ha abiurato alla dittatura della pedissequa imitazione. Il suo è un secernere, a tratti persino isterico, che si nutre della complessa cognizione del limite e, nonostante ciò, opera proprio sul confine con il rischio più grande, quello della dissoluzione. I Movimenti delle cose esistono nell'ambito dell'assorbimento, della fusione e del timido incombere attraverso la luce, come i “crampi” delle Costellazioni, vivono nella complessa mappa degli interstizi che li separano. Perché è solo mettendosi costantemente in discussione e realizzando il completamento di quello svuotamento già inaugurato dai Volumi,54 che Dada incide nel cuore pulsante della problematica pittorica.

La lacerazione-fessura
è una valvola di sfogo che si apre al/sul vuoto,
ma che trova sempre,
inevitabilmente,
una realtà sottostante
(vale a dire la parete)
atta a riempirne l'assenza.55