Il Movimento delle cose in orizzontale, catalogo Cardinali - Dadamaino, Loggia dei Lanari, Perugia, 13 febbraio - 20 marzo 1999
Il Movimento delle cose in orizzontale, Loggia dei Lanari. Perugia 1999.
Courtesy Archivio Dadamaino.

Il movimento delle cose

Sentieri sottointesi e rivelazioni

«il tappeto di traiettorie»48

...lavoravo su tutto quello che poi potevo appendere...
Il movimento delle cose mi ha fatto guadagnare lo spazio,
ho in qualche modo conquistato lo spazio,
un attraversamento anche grazie al materiale...
Questo mio desiderio che si rivolge al Vuoto...
al mutamento...
ho riempito lo spazio segno dopo segno,
un unico segno ripetuto fino a riempire lo spazio...
sui fogli, sulle carte...
e poi ho avuto come un grande desiderio...;
volevo disegnare nell'aria...volevo disegnare nell'immateriale […]
io lavoravo pezzo dopo pezzo,
non riuscivo mai a vedere il lavoro completo
se non alla fine...
è questo il senso compiuto di un lavoro come se fosse un discorso...49

Curioso contraltare quello che porta verso lo sviluppo delle idee, ancora più singolare quello che si dipana netto, come un filo che si scioglie dolcemente dalla matassa principale facendosi sempre più ricco di lunghezza e di storie.

Dadamaino entra nel movimento delle cose gradualmente, come si mettono i piedi nel mare ancora freddo di maggio.
La smaterializzazione che ha inseguito alacremente per tutta l'esistenza, è giunta alla tappa finale del suo lungo percorso. La tela non è che un lontano ricordo, la pittura una labile ombra. Resta il bisogno immenso di raccontare una vicenda, la propria, quella di un tempo intimamente custodito e restituito tra le maglie strette dell'espressione artistica.

Dadamaino lascia le sue impronte di mordente disegnando messaggi tortuosi, sentieri che riproducono fedelmente il movimento inarrestabile del divenire. I suoi sono messaggi si fanno progressivamente più estesi, perché la racchiudono, come era già accaduto per Rothko.50

I movimenti delle cose sono stendarti fluenti e imponenti.
Sono teli sospesi agli anelli della Biennale di Venezia del 1990.
Istallazioni che tolgono il fiato e avvolgono.
Tracce su un materiale impalpabile.
Segni scuri che quasi bucano la trasparenza del leggero supporto.

I movimenti sono ricordi di un futuro prossimo, fusioni di tempi e di spazi inauditi nel perimetro sfumato del poliestere. Il cammino di Dadamaino vi si annida lieto, all'angolo di ogni voluta, sotto l'arco calcato dei punti più nascosti. La sua presenza riesce ad essere allo stesso tempo chiara e discreta, eco e tempesta. I tratti evocano dita forti e sottili, come aghi intenti alla tessitura di una sutura luminosa che uniscono i pezzi sparsi del grande racconto misterioso.

Dalla logica imperfetta del susseguirsi dei passi, attraverso le dolorose acquisizioni di senso della vita con i duri baluardi della malattia e della morte, fin all'omaggio all'opera di Martin Heidegger: quel Sein und Zeit che analizza l'avvenimento dell'essere calato nella dimensione temporale che gli è più propria, quella di un presente istintuale e vivificato. Non a caso l'autore dei Sentieri Interrotti, il filosofo della radura e del Dasein, non a caso il teorico dell'apertura alle infinite possibilità insite nel momento e nella sua ricchezza.

Chiudere con lui è credere nel paradosso che non conosce fine.