La ricerca del colore, istallazione PAC, Milano, 1983, Dadamaino, personale Galleria Leonberg, catalogo a  cura di Flaminio Gualdoni
La ricerca del colore al PAC, Milano 1983.
Courtesy Archivio Dadamaino.

La ricerca del colore

Un'operazione di combinatoria ideal-scientifica

...Avevamo fatto una sorta di scelta cromatica, una schermatura,
come le note musicali che sono tantissime, ma diventano sette...
Abbiamo selezionato ed abbiamo scelto quaranta varianti di colore
per realizzare le tavolette che misuravano esattamente
venti centimetri per venti.
Ho usato i colori dello spettro, sette:
rosso, arancio, giallo, verde, giallo, celeste, blu, viola
ricercando il valore mdio tra loro più il bianco, il nero, il blu...
Un'esperienza importante
ma poi ho cessato di usare quasi tutti quei colori...
si sono fermati in quel lavoro
che per me è uno Studio importante...18

C'è un che di scioccante nel constatare la capacità di Dadamaino di passare da un tipo di espresione a quella successiva. Il movimento risulta per di più naturale, proprio perché, come nella più lineare delle evoluzioni, obbedisce allo sviluppo di un medesimo discorso, articolatosi progressivamente nella mente dell'artista, e trasmesso alle forme che ne sono testimoni viventi ancora oggi. Dadamaino ricerca del colore e nel colore, la sua è un'interrogazione perentoria e a tratti ossessiva, una richiesta intensa di risposte che non si lasciano percepire in un linguaggio vero e proprio, perché semplicemente non conoscono formulazione univoca. Un'analisi che ha il suo progredire nella sperimentazione e arriva, come ogni fase del percorso di Dadamaino, ad un necessario esaurimento.

Quello del colore è uno dei temi fondamentali del rapporto alla pittura, materia stessa del fare tradizionale, diventata nelle sue mani, plastica da sviscerare, ma non nella sua esistenza di sostanza cromatica, quanto piuttosto nella natura di entità fisica da sottoporre ad «impietoso esercizio di scrutinio».19

E si realizza come un elettrocardiogramma cromatico, una rappresentazione intima e quanto più completa possibile. Dopo di che si passa ad altro. Dada abbandona nuances che non le appartengono, costrutti pesanti che hanno il marchio polveroso del passato e che non sono più funzionali alla sua espressione. Analizzato e tradotto il colore viene messo da parte. Ritornerà timidamente nelle Costellazioni, sotto una forma totalmente altra, epurata di ogni connotazione sensualistica. Ma il tempo del fare resta impresso nelle tavole divise a metà, in quegli esercizi che non sono vuoti stilismi ma inchieste profonde, e nella poiesis che continua ad imporre la sua durata nei molteplici accostamenti che si rincorrono in un procedere che sembra aver ereditato lo charme dell'ars combinatoria di Giordano Bruno:

L'immagine
– sguardo della mente,
intuizione,
salto immediato nel cuore della realtà –
vive nel segno di un inscindibile rapporto con l'infinità,
che non è la regione ontologica della catastrofe dell'io,
ma è il luogo dove il soggetto singolo
celebra continuamente nuove nascite,
nuove resurrezioni.20