1977, personale presso lo Studio Casati di Merate
Personale presso lo Studio Casati, Merate 1977.
Courtesy Archivio Dadamaino.

Oggetti ottico-dinamici

“L'œil moteur”21

e la poetica dello choc visuale

1961-1965

Ho fatto optical fino al 1965,
quando mi sono resa conto che stava diventando una sorta di iterazione tematica.
Oggi queste ricerche sono obsolete ma,
se penso che da questa indagine fenomenologica è scaturito un nuovo modo di “vedere”,
credo che prima o poi si dovrà riconsiderare con attenzione questo momento
che ci è stato rapinato dai mass-media senza che noi,
i creatori,
ne traessimo vantaggi.22

Non credo si possa appore pacificamente agli oggetti ottico-dinamici l'etichetta di opere optical se non nella misura in cui «è evidente che, al di sotto del loro aspetto pre-high-tech, non sono prive di poesia [...]».23
Dinanzi a tali composizioni è auspicabile un approccio che sia il quanto più possibile depurato da aspettative e pregiudizi, uno sguardo coraggioso insomma, pronto ad abbandonare il terreno battutto delle correnti ben definite per aprirsi all'esplorazione degli effetti sensoriali. Gli oggetti ottico-dinamici richiedono una sorta di razionale abbandono per essere fruiti appieno, per lasciarsi accarezzare con dolce arrendevolezza dagli angoli smussati e dalle forme curvilinee come dai bruschi crocevia.

Se lo studio che testimoniano, procede nella direzione seguita nel 1964 da Edna Andrade,24 la loro stessa esistenza rileva dell'immaginario e, pur partendo dall'analisi geometrica, si risolve in quell'arabesco fantastico citato da Tadini.25
Sono icone di un esistere per via di percezione, un sussistere resistente che si insinua nel vuoto dello sfondo, e perché se ne possa veramenete gioire, domandano un abbandonarsi che presuppone la volontà di fruire un'esperienza non controllabile, voluta, ma non previsibile.

Gli Oggetti ottico-dinamici ripropongono la componente ludica, lo spostamento, l'intervento e si sottraggono alla fissita delle opere dell'arte tradizionale. Sono intrinsecamente presenti nella loro natura mutevole di illusioni percettive e, proprio sul crinale dell'allucinazione, giocano la loro partita come chimere inafferrabili.